Enciclopedia | La Grande Guerra nelle Dolomiti

Veglia in cima ad una vetta dolomitica.

Grande incidente da valanga in Valle di Landro.
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La Grande Guerra nelle Dolomiti
Origini e orroreAll’inizio del 20° secolo, in un arco di tempo brevissimo, le Dolomiti iniziano a pullulare di grandi hotel. Opuscoli e materiale pubblicitario mostrano come raggiungere il paradiso sulla terra. Nel 1903, la guida turistica di lingua inglese “South-Tyrol“ di John Stoddard scrive: “Bolzano: la metropoli semi-italianizzata dell’Alto-Adige”, e anche rispetto alla città di Trento ci si meraviglia del fatto “che il monumento principale di Trento non rappresenti un personaggio famoso austriaco, bensì che l’opera bronzea renda onore al sommo poeta fiorentino Dante“. Questo Tirolo è, nel regno asburgico, come uno Stato nello Stato. Nel 1511 l’imperatore Massimiliano nel suo famoso “Landlibell“ aveva inglobato la tutela del Tirolo nella difesa della propria patria, valorizzando e accontentando in tal modo una terra ostinata ma da sempre leale. Su entrambi i versanti di una possente catena montuosa, le Alpi, vigilava da secoli un popolo di montagna che, oltre a tutto, parlava tre lingue diverse, sul fatto che commercianti e viaggiatori potevano muoversi liberamente attraverso il più basso passo alpino, il Brennero, ma da dove potevano altresì eventualmente arrestare l’avanzata degli eserciti nemici. Stranamente, in maniera totalmente da ciò indipendente si era venuta costituendo più ad Est un’analoga agglomerazione di stati insediatisi tanto a Sud come a Nord del gigantesco versante alpino, legati alla terra patria, non sottoposti e orgogliosi delle proprie tradizioni: gli Svizzeri. Con un analogo intrico di dialetti retoromanzi, italiani, francesi e tedeschi – in disputa reciproca ma uniti come un baluardo verso l’esterno - si opposero a qualsiasi ingerenza esterna.
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Questa reciproca e fruttuosa cultura belligerante aveva reso
entrambi, Tirolesi e Svizzeri, dei patrioti nel più nobile senso del
termine, i quali riuscirono ben presto a strappare con tenacia ai loro
dominatori sistemi amministrativi autonomi. Vi era, tuttavia, una
differenza: gli Svizzeri si erano raggruppati in piccoli e isolati
cantoni indipendenti dando vita ad una agglomerazione di stati piuttosto
“a maglia lenta“, mentre i Tirolesi, che contavano all’incirca un
milione di abitanti, non erano che un’infima parte di un regno immane.
Il regno asburgico si era formato più per fortunata coincidenza, tramite
matrimoni ed eredità, ovvero grazie a circostanze felici malgrado tante
guerre sfortunate e perse. E per questo non dava mai origine ad una
comunità unitaria. Nel frattempo la Lombardia (1859) e il Veneto (1866)
vengono persi dal regno asburgico a favore dell’Italia, a quel tempo in
sempre più rapida espansione, anche se vaste aree come Trieste, Gorizia
e anche il Trentino restano sotto il dominio austriaco. "Terre
irredente" e “Terre da salvare“ giura nell’anno 1877 il patriota
napoletano Matteo Renato Imbriani sulla tomba del padre, “Irredentista“,
così etichetta subito, screditandolo, questo slancio un giornalista
viennese, rendendo quindi l’espressione onorevole. Circa il 40% degli
abitanti del Grande Tirolo sono italiani, il resto sono tedeschi e solo
una piccola percentuale è costituita da Ladini. E proprio la popolazione
italianofona reclama con sempre maggior veemenza un più alto
riconoscimento, senza per questo auspicare veramente una divisione di
questa terra. Malgrado numerosi brillanti tentativi l’esitazione
prevale: una volta è il governo di Vienna a sopraffare i desideri degli
italiani, un’altra è di nuovo la maggioranza del Landtag di Innsbruck a
sabotare le domande. I Ladini, per contro, divenuti benestanti grazie
all’emergere inaspettato del fenomeno turismo, appartengono alla
rappresentanza fedele all’imperatore. Nel 1882, tuttavia, l’Italia si
allea militarmente con Austria e Germania, dando vita alla Triplice
Alleanza, contro le altre potenze, Francia, Russia e Gran Bretagna. E
per non stizzire i potenti alleati, le aspirazioni di un territorio
italiano in virtù dei suoi confini linguistici naturali avanzano su un
terreno di maggior titubanza nelle fasce clandestine.
Eppure c’è fermento, clero e uomini influenti si battono schierandosi a
fianco dei ribelli. Pressappoco nello stesso periodo, in Trentino vedono
la luce due personalità carismatiche destinate ad influenzare in maniera
decisiva il futuro destino non solo della regione, bensì di tutta
l’Europa: Cesare Battisti (1875-1916) e Alcide De Gasperi (1881-1954).
Il loro percorso di vita coincide in principio, ma non si conclude in
egual maniera. Entrambi studiano in Austria, parlano perfettamente il
tedesco, lottano affinché l’imperatore Francesco Giuseppe I accolga
l’istanza di un’università in lingua italiana, divengono editori di
testate giornalistiche ed entrambi si candidano come deputati al
Parlamento di Vienna. Poi scoppia la Prima Guerra Mondiale. Battisti
combatte in prima linea a fianco dell’Italia, De Gasperi si dichiara
neutrale, essendo stata appagata la sua visione di un’Italia fino alla
Chiusa di Salorno per gentile concessione dell’Austria. Battisti viene
fatto prigioniero e liquidato in maniera umiliante, Alcide De Gasperi,
invece, viene imprigionato sotto Mussolini, sorge nuovamente come una
cometa dopo la Seconda Guerra, viene eletto Presidente del Consiglio
italiano e, più tardi, sarà uno dei grandi promotori dell’Europa unita.
Intorno al 1900 le tensioni si acuiscono ulteriormente: croati, russi,
sloveni, ungheresi, tedeschi, rumeni, serbi e molti altri popoli
vogliono con tutti i mezzi una riforma dei rapporti politici. Nel Tirolo
si reagisce con sempre maggiore diffidenza contro le minoranze, alcuni
portavoce tedeschi reclamano perfino il divieto di chiamare i paesi con
nomi italiani. Ovunque v’è fermento nel regno asburgico ormai in declino
e perfino concessioni sempre maggiori non sono sufficienti a sedare la
rivolta delle masse popolari. L’istanza di un “Trentino ai Trentini“
divide il Tirolo in questo periodo, ma non il Parlamento di Vienna. Nel
regno asburgico echeggia sempre più il grido di aiuto verso una maggiore
autonomia. In nessun caso, però, il Tirolo potrà essere la causa
scatenante di quella “guerra territoriale“ che sarebbe scoppiata di lì a
poco travolgendo tutto e tutti.
La guerra era scoppiata perché doveva scoppiare, voluta da tutte le
parti e per le più svariate ragione, e per tutti non doveva durare più
di una settimana, al massimo fino al Natale 1914. Il 28 giugno 1914, il
nazionalista serbo Gavrilo Princip assassina il successore al trono
austriaco Francesco Ferdinando e la consorte. Seguirà un ultimatum
inadempibile che segnerà l’inizio di quella che sarebbe risultata, sino
a quel momento, la più grande guerra territoriale mai vista al mondo.
In un primo momento l’Italia si tiene fuori dal conflitto, anche se
molti segnali indicano che questa nazione, che disponeva ormai di
un’indubbia forza, non aspettava altro che poter riscattare secoli di
umiliazioni. Poi infine, nel maggio del 1915, fu concepito qualcosa
destinato a entrare nella storia bellica: la guerra di montagna. Già
Annibale aveva attraversato le Alpi 2000 anni prima, per cogliere i
Romani alle spalle. Ma che tra queste erte pareti di roccia, che spesso
superavano i 3000 metri di altitudine, si potesse fare la guerra pareva
impossibile. E nessuno aveva tale intenzione. Obiettivo dell’Italia in
effetti era quello di valicare rapidamente i passi alpini, per avanzare
poi in direzione di Vienna lungo le vallate. Le cose però andarono in
modo del tutto diverso da come chiunque si sarebbe aspettato.
Divenne una guerra in solitudine, e fu un “fronte tra rocce e ghiacci”
come lo chiamò in un suo libro (Die Front in Fels und Eis, 1933)
l’alpinista e scrittore Günther Langes. Il confine italo-austriaco
correva per 370 chilometri lungo l’arco alpino. Le sue montagne
costituivano un baluardo naturale nel quale, accanto alle due parti
belligeranti fece presto la sua comparsa un comune nemico, infido e
implacabile: la natura.
Una fatale esitazione da parte dell’Italia, dovuta forse al fatto di
essere entrata in guerra in modo affrettato e avventato nel maggio del
1915, fece subito sfumare l’occasione di travolgere, contando sul
fattore sorpresa, le truppe austriache non ancora organizzate, sfondarne
le linee e, passando per qualcuno dei molti passi, quello di Monte Croce
Carnico, il Passo Monte Croce Comelico, o la Val Canale e la Valle di
Ladro, avanzare poi verso Vienna lungo l’ampia Val Pusteria o da Villach.
Questo diede tempo agli Standschützen tirolesi di organizzarsi,
iniziando a occupare, grazie alla loro ottima conoscenza del territorio,
le cime e le linee strategicamente più favorevoli.
Dall’oggi al domani gli Austriaci si trovarono inaspettatamente a poter
disporre di 50.000 uomini in armi, di cui 38.000 Standschützen e 12.000
Schützen volontari. Certo, da quel momento in poi i centri abitati della
zona si trovarono privi dei loro uomini, ma (soprattutto) le donne, i
bambini e gli anziani impararono rapidamente a sostituirli, facendosi
carico del lavoro nei campi, e provvedendo inoltre ad alimentare il
flusso dei rifornimenti, viveri e altro, verso il fronte.
Lungo tutta la linea del fronte, si trovava una nutrita serie di
roccaforti e fortini, in parte obsoleti, che dovevano servire a bloccare
eventuali attacchi da parte italiana. Erano stati costruiti molti anni
prima, certo in previsione di un eventuale rottura del trattato
d’alleanza e di una probabile guerra tra l’Italia e l’Austria-Ungheria.
Forse una più decisa e massiccia avanzata da parte italiana, attraverso
una valle o uno dei valichi meno elevati, avrebbe consentito di sfondare
le linee nemiche ancora piuttosto deboli. Un tattica questa messa in
pratica con successo dagli austriaci a Caporetto nell’autunno del 1917,
quando travolsero le difese italiane ormai allo stremo nella valle
dell’Isonzo.
Ma il Capo di Stato Maggiore, generale Luigi Cadorna, in preda a dubbi e
timori esitò troppo a ordinare l’avanzata, forse anche perché non
informato della effettiva situazione dai propri servizi segreti e in più
fuorviato sin dall’inizio delle ostilità dai battaglioni austriaci che
marciavano continuamente avanti indietro dal Gailtal alla Val Pusteria
per simulare una più alta consistenza delle proprie truppe. In ogni caso
lo sfortunato generale Cadorna ottenne almeno il risultato di bloccare
per anni sul fronte alpino truppe nemiche che sarebbe state più
utilmente impiegate in altri fronti europei; il che non gli evitò di
venire sostituito dopo la catastrofe di Caporetto dal più determinato
generale Armando Diaz, l’8 novembre del 1917.
Senza immaginare ciò a cui andavano incontro, i belligeranti presero ad
affrontarsi in infruttuosi e logoranti combattimenti di portata locale.
La situazione giunse presto a un punto di stallo, con le due parti
sempre più arroccate sulle proprie posizioni man mano che procedeva il
conflitto. Chi attaccava erano gli italiani, con l’obiettivo di
travolgere gli austriaci. Un compito ingrato, che costituiva uno
svantaggio per le truppe italiane, per lo più composte da soldati
reclutati alla rinfusa tra braccianti e servi agricoli. Non che alpini o
bersaglieri fossero degli avversari di poco conto, anzi. Essi cercarono
di compensare la scarsa conoscenza del territorio sia con l’ardimento –
alimentato anche dall’orgoglio nazionale che per la prima volta
sentivano in loro – sia gettando nella mischia un maggior numero di
soldati, il che ebbe come conseguenza che le vittime da parte italiana
furono molto più numerose di quelle della parte avversa. Senza contare i
morti imputabili alla natura: le valanghe, le frane, i mancati
rifornimenti per l’inclemenza del tempo o altre catastrofi naturali
fecero in questa guerra, la “Grande Guerra”, più vittime delle stesse
operazioni militari.
Cortina d’Ampezzo, la „capitale“ delle Dolomiti fu dagli austriaci
lasciata senza colpo ferire agli italiani per motivi strategici; un
regalo che scatenò un’incontenibile euforia nelle truppe italiane
entrate in città, rendendole ancora più certe della vittoria. Purtroppo
l’atroce disillusione non tardò ad arrivare. Ogni possibilità di
avanzare svanì, il sogno di marciare rapidamente verso Vienna si
infranse. Il 4 luglio del 1915 già era morta sul Paterno la celebre
guida alpina Sepp Innerkofler. E la moderna guerra di movimento si
trasformò in logorante guerra di posizione, di troiana memoria.
Questa guerra tra i monti viene ricordata per le molte ardite imprese
che vi furono compiute, come l’espugnazione da parte italiana della
Croda Rossa di Sesto o anche la conquista della Forcella Serauta nella
zona della Marmolada, sempre ad opera di soldati italiani. Ma se ne
conserva la memoria anche per le molte mine di galleria fatte brillare,
vuoi sul Col di Lana, sul Lagazuoi o sul Castelletto.
E naturalmente anche per l’inverno del 1915-1916, in cui le valanghe
fecero migliaia di vittime tra i soldati. In alcune zone caddero sino a
12 m di neve; una gigantesca valanga, abbattutasi sull’accampamento
austriaco del Gran Poz (Marmolada), provocò trecento morti; quasi lo
stesso numero di soldati perì sotto una valanga in Val di Landro.
Attorno alle Tre Cime di Lavaredo combatté travestita da uomo Viktoria
Savs, una ragazza minuta e graziosa. Fu decorata per il suo coraggio; si
scoprì il suo segreto solo quando venne ferita gravemente. Anton von
Tschurtschenthaler resistette stoicamente sul Col di Lana, persino il 17
aprile del 1916, quando la sua sommità fu fatta saltare in aria dallo
scoppio di due mine, poste sotto la vetta in una galleria scavata dalle
truppe italiane. Questa montagna è entrata nella storia come teatro di
cruenti combattimenti. Con un’azione temeraria Italo Lunelli, Giovanni
Sala e Antonio Berti occuparono il Passo della Sentinella, intagliato
tra la Croda Rossa di Sesto e Cima Undici. E qui si vede come le
popolazioni italofone del Trentino, sotto dominio austro-ungarico,
avessero un problema in più: quello di scegliere da che parte stare.
L’austriaco Italo Lunelli combatté a fianco degli italiani sotto il nome
di Raffaele Da Basso. Nelle Dolomiti esisteva inoltre l’altra minoranza
linguistica, i ladini, che da un lato non godevano di piena fiducia da
parte austriaca e dall’altra, proprio per la loro fedeltà all’Austria,
erano considerati con sospetto dagli italiani.
La Marmolada divenne famosa. Dopo aspri combattimenti con molte perdite
l’ingegnere e alpinista austriaco Leo Handl ebbe la geniale idea di
realizzare nel ghiaccio un sistema di gallerie. Nacquero così delle vere
e proprie cittadelle nelle viscere dei ghiacciai. Ciò consentiva di
portare i rifornimenti in quota senza ostacoli, col vantaggio di essere
maggiormente protetti non solo dal fuoco nemico, ma anche dalle
intemperie. Ancor prima di realizzare le gallerie nel ghiaccio si era
iniziato a traforare con centinaia di chilometri tra tunnel e cunicoli
la dura roccia dolomitica. Ben presto nelle viscere delle montagne, il
Paterno, la Tofana, il Lagazuoi, si svilupparono estesi e ramificati
sistemi di gallerie. Ma in nessun caso consentirono agli italiani di
sfondare il fronte nemico; la disfatta di Caporetto risparmiò
addirittura ai combattenti dell’intera regione dolomitica un terzo
inverno di guerra.
Dalla Valsugana sino alla bassa Valle dell’Adige e oltre si estendeva
una linea di combattimento con le due importanti città di Bolzano e
Trento defilate, nella quale la guerra ebbe modo di mostrare il suo
volto più atroce. In questa zona sia gli italiani che gli austriaci
avevano costruito imponenti fortificazioni – concepite per sfidare i
secoli – ma alle prime ostilità tutti preferirono ritirarsi in posizioni
decisamente più sicure, all’interno di caverne scavate nella roccia in
tutta fretta. Ai forti di Busa Verle, Luserna, Gschwendt, Cherle e
Serrada da parte austriaca si contrapponevano da parte italiana i forti
di Verena, Campolongo, Casa Ratti e Campomolon. L’altopiano dei Sette
Comuni doveva inoltre bloccare eventuali avanzate italiane verso la
bassa valle dell’Adige e, nell’altro senso, verso l’Alto Adige.
E un’altra cosa contraddistinse queste zone: da qui, dagli altopiani dei
Sette Comuni partì, nella primavera del 1916, la cosiddetta “Strafexpedition”
(spedizione punitiva). Non furono gli Austriaci a coniare questa
espressione, bensì gli italiani per enfatizzare l’evento. Scopo di
questa spedizione era di sfondare il fronte in Valsugana per penetrare
da lì in profondità nel territorio italiano. Era la risposta militare
dell’Austria-Ungheria, la rappresaglia contro l’«alleato traditore»
colpevole di aver denunciato il trattato che lo legava alla Monarchia
Asburgica e alla Germania (Triplice Alleanza).
La Strafexpedition, che sperava nell’appoggio di truppe tedesche, si
risolse in un fiasco. Questo perché nel frattempo a Verdun le armate
germaniche avevano subito perdite pesantissime e lo Stato Maggiore
tedesco si vide costretto a rimpiazzare con materiale umano fresco
migliaia di soldati caduti sul campo di battaglia; mentre in Russia il
generale Brussilov con una imponente offensiva sul fronte orientale
sfondava le linee austriache arrivando fino ai Carpazi. La spedizione
punitiva si concluse senza clamore nel giugno del 1916. Perché anche le
truppe austriache servivano più urgentemente altrove. Il 16 giugno del
1916 il Capo di Stato Maggiore austriaco Conrad von Hötzendorf ordina la
cessazione degli attacchi; il 18 giugno addirittura di ripiegare nei
capisaldi ben protetti da cui l’offensiva era partita.
La postazione austriaca di Carzano in Valsugana è entrata nella storia
della Grande Guerra perché gli italiani – mediante uno stratagemma e
anche grazie al tradimento del tenente ceco Pivko e di alcuni suoi
connazionali – attuando un piano lungamente elaborato, riuscirono a
espugnarla. Gli italiani indossavano uniformi austriache, conoscevano le
parole d’ordine in tedesco e riuscirono in tal modo, sfruttando il
fattore sorpresa, a penetrare nella postazione occupandola. Solo dopo
aspri combattimenti le truppe austriache poterono riconquistarla,
costringendo alla ritirata i difensori nemici. In tutta questa zona si
svolsero accaniti combattimenti. Il 10 giugno del 1917 gli italiani con
1.500 pezzi d’artiglieria attaccarono l’Ortigara, sull’altopiano dei
Sette Comuni, senza però senza riuscire a sfondare le linee avversarie.
Il Monte Corno invece, nella zona di Rovereto, raggiunse una triste
notorietà nel luglio del 1916 perché vi fu fatto prigioniero, dopo una
coraggiosa quanto sfortunata azione delle truppe italiane, Cesare
Battisti, figura simbolo dell’irredentismo trentino. Cesare Battisti,
nato a Trento, laureato all’università di Innsbruck, con ulteriori studi
a Graz, Firenze (laurea in geografia) e Torino, deputato al Parlamento
di Vienna, all’entrata dell’Italia in guerra si arruolò negli alpini.
Dopo la cattura Cesare Battisti fu processato e condannato a morte per
alto tradimento dagli austriaci, il 13 luglio del 1916 e impiccato nel
Castello del Buon Consiglio. Gli italiani ne fecero subito un martire,
per gli austriaci invece era un sabotatore e disertore.
Il massiccio del Pasubio, con le sue due cime principali, si eleva come
una fortezza a oltre 2200 metri di quota. Era strategicamente
importante; da lassù si poteva dominare la valle dell’Adige da Trento
sino a Verona e quindi controllare vaste zone delle Prealpi Venete. Dopo
aspri combattimenti gli austriaci fecero propria una delle due cime, gli
italiani l’altra. Ma questa fu fatta saltare in aria nel 1917 da una
mina nemica, nella più sconvolgente esplosione di tutta la guerra di
montagna, in cui trovarono la morte 2000 soldati. Scavare trincee nella
dura roccia calcarea pasubiana era un’impresa ardua e faticosa, che
richiedeva l’impiego di esplosivo. La montagna era continuamente
spazzata dal vento e dalla bufera e in più in quegli anni si ebbero gli
inverni più duri che si ricordino. Poi, dopo il novembre del 1917 e sino
alla fine delle ostilità, il triste primato di montagna dell’orrore
passò al Monte Grappa. La disfatta di Caporetto mise in ginocchio
l’Italia, le sue truppe si ritirarono alla cieca, lasciando sul terreno
enormi quantità di materiale bellico. Il Paese riuscì però a rialzare
faticosamente la testa, grazie alla collaborazione e al sostegno inglese
e francese. Le tremende, ostili vette erano ormai lontane e la guerra
continuò su un terreno pianeggiante, più congegnale agli italiani.
Già agli inizi di novembre del 1917 contingenti di battaglieri alpini e
bersaglieri, in ritirata dal fronte dolomitico, presero posizione sul
Monte Grappa, sull’Asolone e sul Monte Tomba. E, nonostante i ripetuti
assalti delle truppe austriache, non arretrarono di un metro, anzi. Gli
italiani risposero con inaspettati attacchi a sorpresa. Quando si trattò
di difendere la patria, anche gli italiani, come prima di loro i
Landesschützen del Tirolo, mostrarono il loro vero valore, superando se
stessi.
La fine arrivò inaspettatamente e in modo singolare. Nell’ottobre del
1918 l’Italia, rimessasi in piedi dopo il disastro sull’Isonzo e
sostenuta dalle truppe alleate, si prepara allo scontro decisivo.
L’esercito austriaco è con le spalle al muro, allo stremo delle forze.
Gli eventi si succedono rapidi. Il 30 ottobre del 1918 l’Austria chiede
un armistizio. Il Trentino viene stretto in una morsa, con una manovra a
tenaglia dal Tonale e dal Monte Grappa. Il 2 novembre l’Italia si
dichiara disposta ad accettare un armistizio a partire dalle mezzanotte
del 3 novembre. Le truppe austriache ne vengono informate in tutta
fretta. Poi trapela la notizia che l’armistizio entrerà in vigore solo a
partire dalle 15.00 del 4 novembre. Migliaia di soldati austriaci in
ritirata vengono fatti prigionieri. L’Impero asburgico va in pezzi,
nasce un nuovo ordine mondiale, che lascerà insoluti molti problemi,
portando in sé già il germe della II Guerra Mondiale.
L’Italia, essendo tra le potenze vincitrici, con un tributo di sangue
quale eredità morale sulle spalle, deve essere liberata. La cessione di
territori all’interno dei naturali confini linguistici ora non è più una
questione centrale, l’ambiziosa nazione vuole estendersi sino al
Brennero e all’hinterland jugoslavo. E si arriva così ad una riforma che
capovolge 2000 anni di storia sino al tempo dei Romani. Le Dolomiti
appartengono, secondo il Trattato di Pace di St. Germain del 1919, ad
eccezione del piccolo Tirolo Orientale, allo Stato d’Italia.
Inizialmente sono in pochi ad avere consapevolezza dei cambiamenti che
dovranno verificarsi, si spera in una autodichiarazione promessa del
Presidente americano Woodrow Wilson. Il 5 maggio 1920 i rappresentanti
delle valli ladine si riuniscono sul Passo di Gardena e chiedono il
riconoscimento dei ladini quale gruppo popolare indipendente, e nasce
altresì una bandiera ladina: strisce orizzontali di colore
blu-bianco-verde. Di conseguenza, si comincia a sperare che i nuovi
detentori del potere di quel secolo si facciano carico delle vecchie
istanze di autonomia amministrativa. Ma questa speranza non viene
realizzata: nel 1922, i fascisti, guidati da Benito Mussolini, vanno al
potere, e nasce con essi il sogno della risurrezione dell’Impero romano.
Nel 1923 Ampezzo e Livinallongo vengono annesse alla provincia di
Belluno, nel 1927 viene creata la provincia di Bolzano, ma la Val di
Fassa rimane sotto la provincia di Trento. Questo significa che le
Dolomiti sono ora riunite sotto un’unica compagine statale, seppure
fortemente suddivise e frammentate al loro interno come mai prima di
allora.
Tratto dai libri:
Michael Wachtler
Uomini in guerra
Michael Wachtler – Günther Obwegs
La Grande Guerra
Michael Wachtler – Paolo Giacomel – Günther Obwegs
Guerra, morte e dolore
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